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Categorie:WriteGame

WG 4 Doppio gioco di Cesare

29 giugno 2010 Lascia un commento

Doppio gioco di Cesare

Prologo: A4F0KYTZ6
Un elefantino di peluche mi guardava con grandi occhi rosa da dentro una vetrina. Chissà se sarebbe piaciuto alla mia nipotina. Accanto al giocattolo era esposta una piccola sveglia rosa digitale; segnava le undici e ventisette. Non mi soffermai molto e continuai per la mia strada. Il sole brillava alto nel cielo e il caldo torrido mi dava al cervello, abbassai gli occhiali da sole che avevo in testa e mi sistemai la tracolla. Poco lontano vidi una pasticceria; preso per la gola, decisi di concedermi un cono gelato. Il locale, sebbene piccolo, era colmo di gente, così mi misi in fila. Arrivato il mio turno, chiesi una cialda con stracciatella e nocciola. Mentre mi facevo strada tra la piccola calca, già pregustavo la prelibatezza che tenevo in mano. Finalmente fuori, mi fermai sotto la tenda del bar. All’improvviso il mio cellulare vibrò. Lo tirai fuori, mentre una goccia di stracciatella già mi bagnava il dito. Lessi.
“Memorizza questo codice: A4F0KYTZ6. Cancella il messaggio e liberati del cellulare. Dirigiti a Piazza del Popolo, lì capirai cosa fare. Hai centoventi secondi”.
Cazzo, non ora!, pensai. Gettai a malincuore, nella pattumiera vicina, il cono e il cellulare e mi misi a correre.

Parte Prima: Nel mirino
I passanti mi avevano già preso per pazzo. Un uomo che, in piena estate, di domenica, corre come un matto per le vie di Roma non può essere definito altrimenti.
Dopo novantaquattro secondi arrivai a Piazza del Popolo e la mia fronte era madida di sudore. Mi fermai al centro della piazza. Avevo il fiatone; misi le mani ai fianchi.
Nulla. Nada. Nichts.
Non c’era niente. Mi guardai intorno mentre cercavo di riprendermi dalla corsa. Gli occhi delle persone mi si piantavano addosso. Poi un riflesso mi abbagliò. Proveniva da un appartamento che si affacciava sulla piazza. Lo conoscevo già. Andai verso l’entrata e premetti il pulsante del citofono privo di etichetta. Il portone venne aperto. Salii fino al terzo piano e mi trovai davanti ad una tipica porta di appartamento. Aprii la tracolla e presi un cacciavite. Smontai il campanello e scoprii un piccolo tastierino. Digitai il codice.
La porta emise diversi rumori sommessi. Rimontai il campanello e posai il cacciavite. Spinsi la porta, ben più pesante di quel che sembrasse. Mi asciugai la fronte con il dorso della mano mentre facevo capolino in un piccolo appartamento.
Mi diressi verso il salotto e vidi Andrea seduto al tavolo. Prese la sua tazzina di caffè fumante e la portò alla bocca; intanto me ne porgeva una uguale.
«Lo sai che dovevo prepararmi per lo stage a New York, dovevo ancora finire di comprare della roba!»
Ero furibondo. Andrea credeva di poter giocare con la mia vita.
«Dovrai rimandarlo a quanto pare» pronunciò e bevve un altro sorso.
«Ma che cosa blateri? Non sai che…»
«Ti vogliono uccidere»
Rimasi interdetto. Andrea finì il suo caffè e prese uno zaino che aveva sotto il tavolo.
«Abbiamo tre ore. Non possiamo uscire dalla città. E finisci il caffè che si raffredda»

Parte Seconda: Scheletri
Lo sguardo vitreo di Roberta mi pugnalava senza pietà. Dal taglio alla gola, il sangue aveva smesso di colare, ma era ancora fresco. Cercai di cacciare via le lacrime, ma era quasi impossibile. Evitavo di parlare, perché sapevo che la mia voce sarebbe stata rotta dal pianto. Andrea era accanto a me; era stato lui a condurmi lì, voleva mostrarmi che facevano sul serio.
Mi accovacciai e, sebbene mi provocasse un profondo dolore, chiusi le palpebre alla vittima. La mia migliore amica era morta per colpa mia.
All’improvviso il rumore della vibrazione di un telefono riempì le mie orecchie; il cellulare era nella mano destra di Roberta. Lo afferrai e notai che non era il suo; sul display era visualizzato “Numero Sconosciuto”. Guardai Andrea perplesso. «Rispondi» mi disse.
Una voce proruppe dal telefono. «Immagino che abbia già visto la sua amica, signor Ranzini. Me ne compiaccio, ma saltiamo le formalità. Noi vogliamo che lei usi le sue abilità per nostri fini, ma non si preoccupi, è uno scambio vantaggioso. Immagini di poter incrementare per dieci volte le sue capacità, non sarebbe fantastico?»
Non c’era nessuno profilo psicologico da fare di quella persona. Era odio. Puro e semplice. Provai ribrezzo, poi rabbia. Cercai di capire di quali abilità stessero parlando. Possibile che volessero le mie abilità in campo psicodiagnostico?
«La sento perplesso. Forse ha cercato di dimenticarlo, lo ha seppellito in fondo al suo animo, ma il suo potere resterà sempre con lei»
Ogni fibra del mio corpo vibrò, il terrore percorse il mio animo.
Ricordavo ancora le parole di mio padre.
“Tutti hanno i propri scheletri nell’armadio, ma basta solo saperlo chiudere bene”.
«Fontana di Trevi, domani, alle quattro e mezza di pomeriggio». Quelle furono le sue ultime parole, poi un suono proveniente dal telefono segnalò la fine della telefonata.

Parte Terza: Mal di testa
Feci prendere ad Andrea il primo volo per Los Angeles. Non volevo un altro morto sulla coscienza. La notte seguente fu tremenda. Il volto esangue di Roberta invadeva i miei sogni. Altri due visi di bambini mi fissavano con i loro sguardi vuoti. Le parole di mio padre mi ricordavano ininterrottamente le empietà che avevo compiuto. Avevo cinque anni, quando era successo. Ricordavo che giocavamo. Dopo mi arrabbiai e poi… nulla. Vidi gli altri due bambini che giocavano con me, semplicemente, cadere a terra. Morti. Sapevo di essere il colpevole. Le lenzuola erano fradice. La mia anima in frantumi.
All’orario pattuito mi recai a Fontana di Trevi. Il luogo era gremito di persone. All’improvviso qualcuno mi prese per il braccio. Mi fecero salire su una macchina poco lontana. Quindi il colpo arrivò, freddo, alla nuca.
Mi risvegliai su un lettino, il metallo al contatto con la pelle mi provocava brividi di freddo. Le pareti metalliche intorno a me mi avvisavano che la fuga sarebbe stata inutile.
«Ben svegliato» mi fu detto. Un uomo in camice bianco controllava gli elettrodi collegati tutto intorno alla mia testa. Alzai lo sguardo per vederlo in volto e il mio cuore ebbe un sussulto. Andrea mi guardava con un sorriso compiaciuto. Non era partito.
«Uccidilo» pronunciò, indicando un topo bianco in una gabbia trasparente.
Mi concentrai, fino a tremare dallo sforzo. Vidi il topino agitarsi, per poi accasciarsi. Ce l’avevo fatta. Ora l’obiettivo cambiava.
La testa mi scoppiava per lo sforzo, ma finalmente vidi Andrea piegato in due. Non era morto, ma bastava. Strappai via gli elettrodi e aprii con foga la pesante porta metallica che, dalla parte opposta, si presentava come una normale porta lignea. Mi ritrovai nella casa di Andrea, corsi verso l’uscio e digitai il codice. Un “clack” mi preannunciò la libertà.

Epilogo: Nuove Speranze
Trovai una guardia proprio dietro la porta. L’essere nerboruto venne colto di sorpresa e decisi di farlo un’ultima volta. Cominciò a tossire e a respirare a fatica, ne approfittai e scappai. Le mie forze stavano cedendo, questo l’avevo solo stordito. Di sicuro ci sarebbero state altre guardie di sotto. Cercai di non fermarmi, sebbene le gambe mi tremassero e la vista fosse sfocata, perché già sentivo l’orco che avevo intontito prima scendere le scale. Quando arrivai all’atrio del condominio, cominciai a correre ancora più veloce. Stavolta non avrei potuto stordirli; aprii il portone con foga e mi lanciai in una fuga spericolata. I freni delle auto stridevano al mio passaggio, molti mi gridavano dietro. D’un tratto vidi una grande folla, mi ci infilai e potei prendere un respiro. In qualche modo ce l’avevo fatta.
Cambiai città, cambiai nome. Il fato volle farmi rinascere, o meglio, la natura lo volle. Ora ero Jonathan Hood, vivevo nel Jersey e facevo il commesso. Niente di grandioso, tuttavia speravo che la natura avesse finito di tendermi le sue trappole. In fondo, avevo già sofferto abbastanza.

WG 4.4 Doppio gioco – Epilogo

17 giugno 2010 3 commenti

Sei tu il vincitore del WriteGame “Doppio gioco”: i nostri complimenti Cesare!
Manca solo l’ultimo gradino, la scrittura dell’epilogo, e l’attestato della vittoria sarà tuo.
Nessuna indicazione particolare da parte nostra e spazio alla tua fantasia.
Dovrai solo rispettare il limite temporale (entro e non oltre il giono 23/06/10) e la lunghezza massima indicativa del commento (200 parole).
Aspettiamo con trepidazione, facci sognare Cesare!
Buona scrittura.

WG 4.3 Doppio gioco – Verdetto Parte Terza

17 giugno 2010 Lascia un commento

Ecco il verdetto della WGC.
E’ Cesare che terminerà il racconto “Doppio gioco”.
A Francesca vanno i nostri complimenti e l’appuntamento al prossimo WG.

Buona scrittura.

WG 4.3 Doppio gioco – Termine Parte Terza

17 giugno 2010 Lascia un commento

Ci siamo, non resta che attendere il verdetto e scoprire chi metterà la firma al racconto!
Buona lettura.

WG 4.3 Doppio gioco – Parte Terza

10 giugno 2010 2 commenti

Ecco la traccia da seguire per questa parte del racconto.

Ti hanno in pugno e non puoi fuggire via, hai solo una scelta: collaborare.
E tu collabori, o almeno fingi di farlo.
Grazie al codice fornito ad inizio racconto riesci a riappropriarti della tua libertà, della tua vita.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte Terza del racconto): 300 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 16/06/2010
L’intero racconto deve essere scritto (narrato) in prima persona

Buona scrittura Francesca e Cesare, chi di voi metterà la propria firma al racconto Doppio gioco?

WG 4.2 Doppio gioco – Verdetto Parte Seconda

La WriteGameCommission ha raggiunto l’accordo sul verdetto.

Eliminato Efrem, al quale diamo appuntamento al prossimo WriteGame, accedono alla fase successiva Cesare e Francesca. Saranno loro due a contendersi la firma da apporre al racconto “Doppio gioco”.

A breve le indicazioni per il testa a testa.

Buona scrittura.

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