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WG 2.0: Crime Scene

12 gennaio 2010

Il tuo nome è Anna, sei nata il 18 marzo del 1968, segno zodiacale pesci.
Sei entrata nella squadra speciale a ventiquattro anni, appena terminata l’università. A pieni voti.
Segreteria, ufficio logistico, laboratorio analisi, studio prove e analisi indizi: ti sei sempre impegnata al massimo perché sei convinta che questa è la sola maniera per dimostrare quanto vali.
Quella mattina solo la tua scrivania e le pareti del tuo ufficio erano sempre gli stessi. Né l’aria aveva lo stesso odore né quella telefonata che arrivò in centrale era una delle solite chiamate.
Il nuovo capitano era un tipo troppo in gamba per non accorgersi delle tue qualità e ti volle immediatamente in prima linea: c’era una scena del crimine che ti aspettava. La tua prima scena del crimine.

Lunghezza massima indicativa commento (Prologo del racconto): 200 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 18/01/10
L’intero racconto (Prologo compreso) deve essere scritto (narrato) in prima persona

La partecipazione al gioco implica la conoscenza e l’accettazione del regolamento.

Buona scrittura a tutti.

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  1. Efrem
    13 gennaio 2010 alle 23:12

    Una telefonata concitata, un cenno da parte del capo e via con passo spedito per le scale: l’avevo sempre immaginato così il mio primo intervento e non di rado mi capitava di anche di sognarlo. Sempre gli stessi gesti, come se tutto fosse già scritto.
    Erano le nove di un giovedì mattina, non potrò mai dimenticarlo, e io me ne stavo seduta dietro la mia scrivania, intenta a controllare i risultati delle analisi di laboratorio per una consulenza al dipartimento. In una mano avevo il fascicolo e nell’altra il bicchiere del caffè. Lo prendevo al distributore in corridoio il caffè, faceva veramente pena ma con quel freddo era l’unica cosa che avesse potuto ristorarmi velocemente. Ero molto concentrata.
    La porta si aprì all’improvviso, sbattendo e facendo un forte rumore che mi impedì di capire cosa stesse dicendo il capitano ma non di versarmi addosso tutto il caffè. Da quella mattina non ho mai più messo un tailleur bianco per andare al lavoro.
    “Vieni con me”, ripeté il capitano, “guida fino al 12 di via Blanchard”. Per evitare la folla parcheggiai sul retro dell’edificio, lui volle che fossi io ad aprire la porta. Dal vivo era molto peggio di tutte le foto, anche più macabre, che avevo visto prima.
    Vomitai.

  2. 14 gennaio 2010 alle 21:06

    L’appartamento è immerso nel silenzio. Riesco a scorgere le particelle di polvere avvolgersi pigre nell’aria. C’è solo il ticchettio dei miei tacchi che risuona dall’impiantito. Per il resto, nulla, se non l’atmosfera ovattata e surreale, immobile.
    Sono imbarazzata. Se non fosse stato per il nastro davanti al portone d’entrata, avrei creduto di aver sbagliato piano. Mi dirigo a passo lento verso il corridoio. Non è stato toccato niente, e quasi mi sembra di essere lì per una visita di cortesia. Ma so che non è così, e le parole del capitano mi rimbombano in mente. “Sbrigati, c’è bisogno di te”, così aveva detto. E mi ero precipitata lì.
    Arrivo nella camera da letto, sfilando fra poliziotti seri che non proferiscono verbo. E ogni mio dubbio svanisce. Sono nel posto giusto.
    La stanza è affollata, c’è una vecchia che piange su una sedia, il capitano che cerca di consolarla poggiandole una mano sulla schiena. Appena mi vede, l’abbandona alla disperazione del pianto. Si avvicina, ma il mio sguardo è catturato da altro.
    Il letto è intriso di sangue. Il corpo della donna è avvolto nel lenzuolo, ma dai bordi sporge una mano. Le unghie, smaltate di nero, gocciolano liquido vermiglio.

  3. Lewaras
    15 gennaio 2010 alle 18:50

    Non mi sarei mai aspettata una chiamata simile, non così presto. Non credevo che il mio nuovo capo facesse una cosa così azzardata come reclutare me. La novellina.
    Ho sempre cercato in tutti i modi di dimostrare il mio valore. Essere una donna non ha mai fermato la mia carriera, né il mio successo. Sembra che il capo sia uno in grado di apprezzare tutti i miei sforzi: ventiquattro anni passati a studiare vecchi libri, e ad allenare il mio spirito di osservazione. Non a caso, sono quasi cieca.
    Quella mattina, il mio senso da detective squillava come una sirena. Stava per succedere qualcosa, me lo sentivo nelle ossa.
    Mi sedetti alla scrivania, sospirando. Il mio caffé rischiò di andarmi di traverso, quando il telefono prese a squillare in maniera insistente.
    –Q-qui Anna Carmin– boforchiai, tossendo ancora.
    –Carmin? Abbiamo bisogno di te. Vai al 26 di Rue Voltaire entro dieci minuti. Dimostrami che non ho fatto un errore assumendoti.
    Riattaccai, osservando il telefono come se stesse per esplodere. Un minuto dopo, ero già in strada.

  4. vinci
    16 gennaio 2010 alle 10:55

    Il telefono rimandava più volte lo stesso suono facendomi innervosire, ma forse già lo ero. Non avevo voglia di rispondere, avevo solo voglia di stare stiracchiata sulla poltrona dell’ufficio, con le gambe distese sopra la scrivania.
    Il telefono continuava a suonare, a chiamarmi ad una realtà che non volevo più conoscere.
    Guardavo le pareti bianche della stanza, stesso luogo in cui mi tenevano rinchiusa. In gabbia, così speravano di mandarmi in bestia, e c’erano riusciti alla grande. Forse, il comandante mi riteneva in gamba, ma allora non ero pronta per affrontare un cadavere davanti agl’occhi? Lui è un uomo colto, con uno strano sorriso maligno dipinto sulla bocca e sa che amo l’azione. E’ severo, ma intanto le carte sulla scrivania sono drasticamente diminuite.
    Il telefono suonava, per l’ultima volta, non so chi mi risponderà ma è meglio prenderlo. Così alzai la cornetta, lentamente:
    “ Via Sunnerd 43, ti aspettiamo Anna” quella era la rauca voce del comandante che mi chiamava, mi chiamava alla mia prima scena del crimine…

  5. 18 gennaio 2010 alle 19:15

    L’appartamento era al diciottesimo piano ed era molto più piccolo di quanto credessi. La telefonata del capo era stata fin troppo sintetica, e ora mi trovavo in casa di un povero single sulla trentina che pareva essersi buttato giù dalla finestra. Con passo svelto mi avvicinai alla finestra che era stata fatta a pezzi e osservai il cadavere scomposto che giaceva a terra. Non potei fare a meno di notare che era senza testa. In quel momento ripensai alle procedure che ci avevano insegnato durante gli anni in accademia; nessuna di quelle idiozie scritte sui libri parlava di cadaveri senza testa.
    Povera me, primo incarico serio e già mi ritrovo con le spalle al muro. Che razza di lavoro mi sono scelta. Potevo fare la maestra e tanti saluti.
    Senza pensarci tornai sui miei passi, scansando gli agenti della scientifica. Il loro camice bianco mi ricordava molto i dottori degli ospedali. Dovevo incominciare a fare domande in giro, e subito anche. Ma da chi cominciare? I vicini di appartamento? Oppure i familiari?
    Un agente si rivolse a me concitato. Avevano trovato file della CIA aperti sul desktop del portatile della vittima. Imprecai. Primo giorno di lavoro.

  6. 18 gennaio 2010 alle 19:22

    Secondo piano, aveva detto il capitano. Batto ritmicamente il piede sul pavimento dell’ascensore. Tac, tac, tac. Non sopporto più quest’attesa opprimente. Già guidare fin qui è stata una tortura. L’ascensore segna primo piano.
    Speriamo di non fare fiasco già alla mia prima scena del crimine. No. Nessuna esitazione. Come mi hanno insegnato. Lucida, distaccata. Devo tenere sotto controllo le mie emozioni.
    Secondo piano, finalmente. Le porte davanti a me si spalancano. Esco dall’ascensore, giro a sinistra e una lunga striscia gialla attrae il mio sguardo. La tendo verso l’alto e ci passo sotto. Sono in un piccolo appartamento cupo. Sento mormorare in fondo al corridoio. Accelero il passo ed entro in una stanza a sinistra. Noto che la porta è stata forzata. È una piccola camera buia, rischiarata solo da una flebile luce rossa. Una camera oscura. Mi guardo intorno e scorgo un lenzuolo steso per terra. Immagino cosa ci sia sotto, ma scaccio subito quel pensiero. Intravedo il capitano che sta parlando con un suo subordinato. Appena mi nota lo manda via e si rivolge a me. Fatico a vederlo in quel buio. «Un cadavere. Omicidio» dice. «Altri indizi?» chiedo.
    «Sì. La stanza era chiusa dall’interno».

  7. 18 gennaio 2010 alle 21:49

    Salii le scale che conducevano a una vecchia mansarda. Il legno scricchiolava sotto il peso del mio corpo.
    Quelli della scientifica erano già sul posto per le prime rilevazioni.
    La luce spettrale della luna piena filtrava dal vetro rotto di una finestra. Ovunque ragnatele lunghe come lenzuola pendevano dal soffitto. Cadevano sul pavimento toccando i piedi di quello che doveva essere il cadavere.
    Il mio sguardo lo percorse. Un pezzo di vetro era conficcato nel petto all’altezza del cuore. Il sangue inzuppava la camicia bianca e disegnava una pozza sotto il corpo esanime.
    Mi avvicinai, attenta a dove mettere i piedi. Gli occhi dell’uomo erano aperti, l’espressione di terrore ancora sul volto.
    Sentii il mio capo parlare con dei poliziotti. Stavo per andare da lui, quando i miei occhi si posarono su un giornale. L’angolo di una pagina era piegato mostrando solo una parte del titolo: “…SSINATO A SALISBURGO”. Mi chinai per vedere meglio e iniziai a leggere l’articolo.
    Il mio cuore cominciò a battere all’impazzata quando appresi che quella era l’esatta descrizione dell’omicidio di quella notte. Preoccupata e con mani tremanti cercai la prima pagina del giornale. La data era quella del giorno dopo.

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