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WG 2.1: Crime Scene – Parte Prima

20 gennaio 2010

Descrivi la fase del sopralluogo, della raccolta delle evidenze, delle prove, degli indizi e delle testimonianze.
Dopo diversi giorni di duro lavoro, arriva anche il risultato dell’autopsia. Le analisi confermano che si tratta di omicidio e chiariscono la dinamica dell’accaduto.

Lunghezza massima indicativa commento (Prima Parte del racconto): 300 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 25/01/10
L’intero racconto deve essere scritto (narrato) in prima persona

Si ricorda che in caso di parità di valutazione tra due o più commenti verrà data preferenza a quello/i inviati prima.

Buona scrittura!

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  1. Lewaras
    24 gennaio 2010 alle 21:48

    L’appartamento al 26 di Rue Voltaire era tra i più deprimenti mai visti in vita mia: i pochi mobili erano mezzi marci, le pareti piene di crepe.
    –Da quanto quest’uomo abitava qui?
    L’uomo della scientifica che mi accompagnava consultò alcuni appunti disordinati. –Circa un anno, ma non pagava l’affitto da parecchi mesi.
    Non mi sorprese. –Chi era la vittima?
    –Daniel Picard, disoccupato. Era pieno di debiti.
    Guardai il cadavere, steso a terra in maniera scomposta. –Di sicuro non l’hanno ucciso per derubarlo– commentai –La causa del decesso?
    –Ha ricevuto diversi colpi al volto e un forte trauma alla nuca. Probabilmente è morto dissanguato.
    Guardai il viso della vittima. Irriconoscibile. –L’arma del delitto?
    –È probabile che sia una bottiglia di vetro. Il pavimento è pieno di cocci. L’assassino ha sfigurato la vittima con il fondo della bottiglia, quindi l’ha rotta sulla nuca del signor Picard.
    Annuii. –È plausibile– tagliai corto –Impronte?
    –Solo quelle della vittima. Bisognerà analizzare i cocci per trovarne altre.
    Trovai un oggetto lungo e metallico a terra, vicino alla vittima. –Questo coltello a serramanico?
    –È della vittima– spiegò l’uomo della scientifica. –sopra ci sono le sue impronte.
    Guardai la stanza con aria distratta. –Analizzate i cocci. Voglio un esame del DNA. Accertate la causa del decesso e l’ora del delitto. E chiamatemi appena avete dei risultati.
    Passarono tre giorni prima che il mio telefono tornasse a squillare. Risposi al primo squillo, impaziente. –Sono arrivati i risultati dell’autopsia.
    Cercai di non tremare. –Allora?
    –È morto dissanguato, come avevamo ipotizzato. Non ha ricevuto altri colpi oltre quelli al viso e alla nuca. Ma la cosa più interessante è un’altra– potevo sentire l’impazienza nella voce dall’altra parte del filo. –la vittima non è Daniel Picard, l’affittuario del monolocale! Era il fratello, Emile Picard!

  2. 25 gennaio 2010 alle 19:11

    – Che cosa mi sapete dire? –
    Un uomo piccolo e occhialuto si fece avanti, fece ruotare il notebook incriminato sul tavolino e lo avvicinò a me.
    – Abbiamo segreti militari, progetti di armi nucleari, qualche file governativo di massima segretezza e persino un paio di schemi sull’area cinquantuno –
    – Che cosa significa? – avevo già sentito parlare di certe cose, ma credevo fossero solo leggende.
    – Significa che quest’uomo dovrebbe lavorare per il governo, invece di passare il tempo a sfondare i firewall della CIA e mettere in pericolo la sicurezza nazionale. Non mi stupisce affatto che l’abbiamo fatto fuori – che uomo meschino. Distolsi lo sguardo dalla sua faccia da rospo per rivolgermi a un altro uomo che stava in piedi al mio fianco.
    – Come mai non si possono aprire questi file? – notai infatti che al doppio click del mouse non accadeva nulla.
    – Pare che abbia prelevato questi file solo per sostituirli con un virus che non conosciamo che ora dovrebbe aver già invaso i database dell’Intelligence. Personalmente non ci conterei troppo. Per quanto riguarda questi file, li ha semplicemente cancellati –.

    – E’ proprio strano – cominciò la dottoressa Wilson – ho eseguito l’esame post mortem sul cadavere, tutti i test dei liquidi biologici, dal tossicologico a microbiologico, esaminato personalmente le cartilagini e analizzato sangue. Insomma, ho sventrato quest’uomo da cima a fondo – sorrise sarcastica – ma era in piena salute. Gli hanno solo segato via la testa – e con una mano indicò il punto di attacco del collo.
    – Che mistero – commentai – nell’appartamento non c’erano segni di colluttazione e i vicini hanno confermato di non aver sentito rumori intorno alle ore del decesso che ci hai suggerito tu – era proprio un vicolo cieco.
    Ma proprio in quel momento l’agente Johnson spalancò le porte.
    – Anna, abbiamo trovato la testa –

  3. 25 gennaio 2010 alle 21:31

    Un corpo giaceva bocconi in terra, senza vita guardava con occhi vitrei il vuoto. Lo guardai: era un uomo, sui trentina d’anni, dai corti capelli neri ed un viso dal fine taglio. Abbigliato con una giacca bianca e dei jeans. I vestiti erano strappati in ogni punto, dai quali s’intravedeva lo scarlatto corpo dell’uomo. Provai ribrezzo a guardarlo, perché quel viso, così carino era stravolto, sfigurato e deturpato. Tagliuzzato in vari punti. Ma la cosa ancora più terribile era il colore della pelle, non rosata come quella di un normale uomo americano, ma bensì tinteggiata di sangue, come una vera e propria opera d’arte.
    Rabbrividii, in ogni caso dovevo restare lucida, non mi dovevo mostrare debole alla mia prima scena del crimine.
    Guardai l’appartamento con sguardo stanco, di chi ha visto poco ma al contempo troppo. Una piccolo letto sfatto, con le lenzuola azzurrine che si contorcevano sul materasso. Sopra una piccola finestra che dava su una strada grigia e dimenticata. Poi il capo m’appoggiò una mano sulla spalla e mi disse:
    – Un omicidio d’arte, con poche tracce… In ogni caso abbiamo trovato, in bagno, l’arma del delitto
    L’uomo mi mostrò una bustina trasparente con una chiusura ermetica, dentro la quale vi era un pugnale, dalla lama quasi priva di spessore, con un manico decorato in oro, nella quale s’avvolgeva un leone. La lama era macchiata di sangue. Guardai negl’occhi il capo, con una lacrima a rigarmi il viso. Fortuna che quella fu una delle poche lacrime che mi scappò.
    – Non devi penarti, non ce n’è bisogno- fece con voce dura, fissando il mio viso e comprendendo. Poi concluse:
    – Accoltellato; tredici colpi, con molta probabilità, in ogni caso attendiamo i risvolti della scientifica.
    **
    I risultati arrivarono un giorno dopo: Sì accoltellato, tredici colpi, ma anche alcolizzato.

  4. 25 gennaio 2010 alle 21:43

    Mi accovaccio e, seppur con grande ribrezzo, alzo il lenzuolo bianco. Ne emergono dei capelli corvini e lucidi, un volto grazioso, ma esangue. Le palpebre sono abbassate. Scendo giù con lo sguardo e comincio ad esaminarla meglio per capire quale sia la causa del decesso. Scendo ancora finché le mie domande trovano una risposta. Un piccolo taglio si estende per due o tre centimetri sul lato sinistro del collo. Sicuramente non è morta dissanguata, ma dall’aspetto della ferita si può benissimo supporre l’avvelenamento. Come diavolo hanno fatto ad ucciderla?
    Mi alzo e ricopro il cadavere. Mi riprendo dallo sbigottimento e vado di nuovo dal capitano. «Avete già i riscontri della scientifica?» domando.
    «Sì, sono venuti e hanno detto che sicuramente si tratta di avvelenamento, ma hanno preso l’arma del delitto. Presto ci diranno di che veleno si tratta»
    «E cos’era quest’arma del delitto?»
    «Una lama di taglierino, nessuna impronta»
    «E come ha fatto l’assassino ad ucciderla? La porta era chiusa dall’interno!»
    «È per questo che sei qui. L’unico contatto con l’esterno erano la porta e quel condotto d’aerazione, ma è troppo piccolo, non ci passerebbe neppure un bambino»
    Mi volto. Ha ragione, dannazione.
    «L’unico indizio sono quelle foto sparse per terra» afferma.
    «Quali foto?»
    Il capitano mi fa cenno col capo verso l’altra parte della stanza. Do un’occhiata intorno, quando mi accorgo che, dietro un grande tavolo in mezzo alla stanza, sono sparse migliaia di foto sul pavimento. Mi avvicino decisa e ne prendo una qualsiasi. Nella fioca luce rossa vedo due ragazze e sullo sfondo c’è quella che sembra la torre di Pisa. Aguzzo la vista e riconosco la vittima a destra, dell’altra invece non si vede il volto perché la fotografia è stata bucata. Getto la foto per terra. Mi piego e ne prendo altre tre. Non mi soffermo sul soggetto, noto solo che hanno tutte quell’inquietante buco al centro.

  5. 25 gennaio 2010 alle 22:45

    La vittima era Patrick Challen, direttore del giornale stesso. Ancora sconvolta mostrai l’articolo anonimo al capo, che poco dopo mi disse:
    «I giornali vengono mandati in stampa alle 23 circa. L’omicidio, invece, pare sia avvenuto attorno alle 23.30. Questo significa che l’assassino ha inserito l’articolo nel giornale, rubato una copia e solo successivamente ucciso Challen».

    La sera stessa interrogammo il Caporedattore del giornale.
    «Si, sono io che mi occupo dell’impaginazione, ma sono sicuro che questo articolo non ci fosse. Non so come sia stato possibile. Il computer e i file sono protetti da password di cui solo io e il direttore eravamo a conoscenza».

    Tornammo sul luogo del delitto. I fili della corrente erano stati tagliati. La vittima era probabilmente salita in mansarda per procurarsi una torcia. I segni di strangolamento sul collo facevano presumere una colluttazione precedente all’omicidio. Infine, in giardino venne rinvenuta una statuetta con le impronte di Challen. Doveva averla scagliata contro l’assassino per difendersi.
    Interrogammo anche il figlio della vittima, Thomas Challen.
    «All’interno del giornale suo padre aveva nemici?».
    «Non che io sappia. Ma qualche giorno fa ha avuto una discussione accesa con una certa Margaret Sutner, a seguito della quale è stata licenziata».
    «Come fa a saperlo? Lavora per il giornale?».
    «No, non ancora. Ma mio padre me ne aveva parlato».

    Giorni dopo ero nel mio ufficio a studiare il caso. La Sutner sembrava non avere alibi. Eppure dall’interrogatorio non sembrava serbasse rancore per il licenziamento.
    Bussarono alla porta interrompendo il filo dei miei ragionamenti. Erano i risultati dell’autopsia. In una parte del documento c’era scritto: “…i segni sul collo della vittima sono stati procurati da mani sottili, con ogni probabilità quelle di una donna…”.
    Ciò confermava che l’assassino era Margaret Sutner. Tutte le prove erano contro di lei. Non avevo altra scelta: dovevo arrestarla.

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