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WG 2.2: Crime Scene – Parte Seconda

26 gennaio 2010

Effettuata la raccolta dei dati preliminari sulla scena del crimine, è ora necessario ricostruire la fase concettuale del delitto, ossia delineare il processo di formazione della volontà assassina.
Se il delitto è stato commesso da un serial killer, da un mostro, o si è tratatto di un assassinio su commissione, ogni piccolo particolare è stato studiato e tutte le possibilità vagliate dall’autore. La vittima è stata scelta con cura, dopo vari appostamenti e pedinamenti, il luogo e il momento dell’esecuzione stabiliti a priori, l’arma decisa in precedenza, la via di fuga e l’alibi costruiti con largo anticipo.
Se l’omicidio è avvenuto in seguito ad un raptus di follia, invece, il tutto è avvenuto rapidamente e la mente dell’autore è stata travolta dagli eventi.
Hai passato anni a studiare i risvolti psicologici degli omicidi, il capo ti chiede una relazione e, ne sei certa, tu redigerai la migliore analisi che qualcuno abbia mai sottoposto alla sua attenzione.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte seconda del racconto): 300 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 29/01/10

Buona scrittura!

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  1. 29 gennaio 2010 alle 20:48

    Margaret Sutner venne arrestata. Il capo mi chiese una relazione da presentare al processo che si sarebbe svolto l’indomani stesso.
    Ma come potevo scrivere qualcosa di cui non ero convinta neanche io?
    Le prove conducevano a Margaret, ma il mio istinto mi diceva che non era l’assassino. Per anni avevo studiato psicologia omicida e lei non sembrava tenere nessuno dei tipici atteggiamenti post-assassinio.

    Lavoravo alla relazione quando ricevetti la visita di Thomas Challen.
    «Volevo ringraziarla per aver arrestato l’assassino di mio padre»
    «È il mio lavoro» risposi, anche se non ne ero soddisfatta.
    Qualcosa attirò la sua attenzione: un cd tra le scartoffie.
    «Ascolta musica classica?»
    «Si… Aiuta a rilassarmi, ragionare»
    «Da piccolo suonavo il piano. Dicevano fossi dotato. Poi scelsi il giornalismo…»
    «A proposito… Il giornale di suo padre?»
    «Lo dirigo io. Sarebbe un peccato gettare all’aria i suoi sacrifici»
    Poi ci salutammo e tornai alla mia relazione.

    Era tarda sera. Non avevo ancora scritto nulla di convincente. Stracciai l’ennesimo foglio, stanca e frustrata.
    Vidi il cd di musica e decisi di concedermi un momento di relax.
    Le note fecero immediatamente il loro effetto.

    Un pianista comparì alla mia vista… Suonava mentre, veloci, le sue mani sottili…

    Lentamente una consapevolezza si fece largo nella mia mente.

    “…procurati da mani sottili…”

    “Da piccolo suonavo il piano…”
    “Dicevano fossi dotato…”

    “…Lavora per il giornale?”
    “No, non ancora…”

    “…Il giornale di suo padre?”
    “Lo dirigo io…”

    Thomas Challen: capace di scrivere un articolo; conosceva gli uffici, la casa del padre e dove nascondesse la password; poteva passare inosservato ai dipendenti ed era interessato alla direzione del giornale…
    Ma cosa più importante, dotato di mani sottili. Le stesse che avevano tentato di strangolare il padre.
    Era lui il vero assassino.

    Finalmente avevo gli elementi per scrivere la migliore analisi di tutti i tempi.

  2. 29 gennaio 2010 alle 21:41

    Il foglio bianco mi supplica di scriverci sopra, ma io non me la sento proprio. Un totale fallimento. Devo scrivere quella maledetta relazione senza aver risolto niente. Ne verrebbe solo un elenco inutile d’indizi. Diamine! Devo arrivare a una conclusione. Una qualsiasi. Per forza.
    Mi impongo di scrivere qualcosa. Comincio con l’intestazione, ma mi blocco. So come fare, ma, cavolo, è così difficile. Mi sento sottopressione come quando mi preparavo per gli esami all’università. Una ragazzina, ecco cosa sono!
    No. Lucida e rilassata. Nessuna emozione. Ragionare e supporre. Studiare anche gli indizi più insignificanti.
    Siamo davanti a un assassino bello e buono. Un delitto a regola d’arte. Nessuna traccia evidente. Solo una miriade di fotografie.
    La vittima è stata uccisa da uno strano veleno. La scientifica ha detto che era il veleno di una strana rana tropicale. Bene. L’assassino sa come procurarsi forti veleni, sa come usarli e quali effetti hanno. Se il veleno non avesse agito all’istante, la vittima sarebbe scappata dalla camera oscura.
    Per secondo vengono i buchi nelle fotografie. Un centimetro circa. Tutti nello stesso punto. Allora l’assassino o le ha usate per deviare le indagini, o è uno dei soliti psicopatici, o le ha usate per uccidere. Escluderei l’ultima ipotesi. Non sappiamo come è entrato nella stanza, figurarsi come ha fatto a bucare le foto tutte nello stesso punto. E le fotografie, poi. La vittima aveva migliaia e migliaia di fotografie, ma sono state usate solo quelle dove c’è lei raffigurata. L’assassino deve essere entrato prima nell’appartamento, per poi prendere le fotografie, scegliere quelle giuste e… No. Erano troppe. Impossibile.
    In mente mi balena il volto del cadavere, le sue foto, ricontrollate fino allo spasimo una per una. Incomincio a battere la penna sulla scrivania. Poi i miei pensieri volano ad un fascicolo, uno fra tanti.

  3. 29 gennaio 2010 alle 22:00

    “ La vittima aveva organizzato un party, dov’erano stati invitati molti ragazzi. La festa era durata tutta la notte, ballando e bevendo fino allo sfinimento, poi finì. E James Cardì rimase solo.
    La testimonianza dei vicini dice: « Verso l’una hanno bussato alla porta ». Infatti fu così che in casa s’introdusse il killer. Che James fece accomodare sul divano.
    Le impronte delle scarpe della vittima ritrovate, conducono al bagno, dove furono ritrovati segni di vomito; in lavandino.
    Un’altra traccia: Le impronte fangose delle scarpe da tennis del killer, fanno si che si veda chiaramente la strada che percorse l’assassino: Seguì il signor Cardì in bagno. Piccole tracce di sangue, fanno chiaramente capire che li si sia svolto l’omicidio:
    Il killer a quel punto estrasse il pugnale che teneva nascosto nella tasca del giubbotto ed incominciò ad accoltellare la vittima alla schiena; tredici coltellate, le cui macchie furono pulite accuratamente dall’assassino. Infine trascinò la vittima in salone, e la adagiò sul pavimento. Ripulì tutto ed uscì di casa. “
    Anna rilesse la relazione, poi guardò il capo e gli porse il foglio che lui prese.
    ***********
    Dopo settimane stancanti, in cui gli unici indizi erano solo l’impronta digitale della mano rinvenuta sul manico del pugnale, che furono confrontate con quelle degli scarcerati, dei vicini, dei parenti ecc… Infine, quasi per gioco e per curiosità le confrontammo fra colleghi, anche il capo partecipò. Dai risultati rimasi basita, e da quel giorno non mi fidai più di nessuno, soprattutto di lui…

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