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WG 2.3: Crime Scene – Parte Terza

31 gennaio 2010

Questa parte di racconto dovrà obbligatoriamente contenere, nell’ordine che vorrai, i seguenti elementi:
– un bagno caldo;
– una strana lettera indirizzata a te;
– un duro scontro con il capo;
– l’individuazione del vero assassino.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte terza del racconto): 300 parole.
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 04/02/10.

Buona scrittura.

P.S. Sono graditi ulteriori commenti al post precedente.

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  1. 4 febbraio 2010 alle 19:48

    Dopo quella scottante rivelazione ce ne andammo tutti via, ammutoliti e stupiti, in fondo il capo era un uomo pericoloso e nessuno aveva voglia di ficcarsi nei guai, e soprattutto averlo come nemico. Però, io di certo non ero capace di zittirmi. Così mandai una lettera alla polizia di S. Francisco; doveva rimanere tutto in segreto. Naturalmente, pure io ci avrei messo la mia parte, invitando il capo nel mio appartamento.
    ***
    Finii subito il bagno caldo, ci eravamo dati appuntamento alle quattro del pomeriggio, che si stavano inesorabilmente avvicinando.
    L’appartamento era in disordine e si riuscivano a scorgere da ogni parte molti oggetti “fuori luogo”.
    Bussarono alla porta, sapevo che non era il capo. Corsi subito in salotto e vidi che sotto la porta vi era una busta per lettere, che io presi e lessi attentamente. Era della polizia, che mi mandava l’orario esatto dal suo arrivo, così da prepararmi meglio, anche se scritta con una calligrafia alquanto strana, infatti molte delle informazioni non li capii.
    Il tempo era già incominciato a scorrere velocemente quando il capo arrivò. E io lo feci accomodare in cucina. Là iniziammo a parlare:
    – Perché mi hai invitato, Anna?
    -Voglio dei chiarimenti sull’omicidio, su di te- Edward, il capo, si alzò velocemente dalla sedia e si avvicinò a me.
    Non mi accorsi che s’era portato una pistola, riposta nel fodero di pelle appeso alla cintura. Pistola che mi venne puntata alla gola. Mentre il capo rideva, io cercavo di rimanere lucida, pregando che la polizia di S. Francisco arrivasse in tempo.
    – E tu? Speravi d’incastrarmi?- sussurrò a fior di labbra Edward, mal celando una strana agitazione che da subito riconobbi come pazzia.
    Poi, fortunatamente, e senza che il capo se ne accorgesse, i poliziotti di S. Francisco ci avevano circondato.

  2. 4 febbraio 2010 alle 22:21

    Mi alzo di scatto dalla scrivania. Forse un barlume di speranza si è acceso. I fascicoli li ho lasciati in cucina. Passo per l’ingresso speditamente, ma uno strano oggetto attrae la mia attenzione. Sullo zerbino. Una lettera. Bianca. Il mio entusiasmo muore di colpo, lo sostituisce il terrore. Prendo la busta da terra e la giro dall’altro lato. Immacolata. La apro mentre le mie mani iniziano a tremare. Ansimo, e alla vista del contenuto mi scappa un grido. Una fotografia. È stata scattata tanto tempo fa con mio fratello. Il suo viso è deturpato. La foto è bucata.
    Chiudo la porta a chiave, ma non mi sento più sicura. Giro l’oggetto dall’altra parte e ci trovo un numero. Rimani lucida. Hai qualcosa a cui aggrapparti. Leggo: quattordici. Vado a trovare sostegno nei fascicoli. Forse devo seguire la mia pista. Mi dirigo in cucina, ancora sconvolta. Sfoglio i fascicoli e trovo il mio uomo. Cherelli. Paolo Cherelli. Trentatré anni, veterinario, laureato in zoologia, ma, soprattutto, ex-fidanzato della vittima. Ed ecco che, mentre esamino il foglio, il numero mi salta all’occhio. È il fascicolo numero quattordici. No. Non è un caso.
    ***
    Cerco di spiegare tutto al capo, ma sembra che sia rimbecillito tutto d’un tratto.
    «Quindi, secondo te, l’assassino è lui?» dice, indicando il fascicolo.
    «Assolutamente»
    «Ma è tornato solo ieri in città! Era fuori per lavoro» ribatte. Vorrei prenderlo a schiaffi.
    «Un controllo. Per favore. Solo uno e la storia è chiusa»
    «Anna, ora ti stai giocando tutto»
    ***
    Il capitano ha bussato già tre volte. Silenzio. Decidiamo di entrare e quello che vediamo è un incubo. In bagno, Cherelli è immerso nell’acqua. È stato sgozzato e l’acqua è vermiglia, ma ancora calda, dato il vapore. Una parola rossa e gocciolante sul muro, scritta probabilmente in punto di morte, rende ancora più inquietante lo scenario. Garimi. Ecco il nostro assassino.

  3. 4 febbraio 2010 alle 22:31

    Il capo incominciò a urlare:
    «Sei impazzita? Accuse senza prove concrete! Contrarie al nostro arresto! Vuoi ridicolizzarci?». Ero ammutolita. «Non avrei mai dovuto affidarti il caso!»
    Riuscii solo a dire:
    «È quel che credo…»
    «Allora dimostralo! Coi fatti!».

    Il processo si tenne ugualmente e le accuse restarono contro la Sutner.
    Tornai a casa avvilita. Non solo credevo che giustizia non fosse fatta, ma le parole del capo mi avevano profondamente abbattuta. Buttai la posta dove capitava. Decisi di immergermi nella vasca per un bagno caldo, sperando mi facesse sentire meglio.
    Le parole del capo scottavano ancora. Infilai la testa sott’acqua. Pensai a Thomas Challen e alle sue mani. Guardai le mie. Erano raggrinzite per essere state troppo a mollo. Era ora di uscire.

    Mentre preparavo un caffè, vidi la posta che prima avevo ignorato. Diedi un’occhiata.
    Gas, pubblicità… Poi una lettera. Nessun mittente. Dentro c’era scritto:
    “Vediamoci stasera alle 22:30 in Dietrich Street”.

    Erano le 22:32 quando arrivai sul luogo dell’appuntamento. Scesi dalla macchina. Non c’era nessuno.
    «È in ritardo»
    Sobbalzai udendo la voce di un uomo alle mie spalle. Indossava un cappello, il volto celato dall’ombra.
    «Chi è lei?»
    «Non ha importanza. Quello che sono sicuro le interesserà sono questi».
    Estrasse da sotto la giacca una busta trasparente.
    «Cos’è?» chiesi afferrandola.
    «Li faccia analizzare. È la prova per incastrare Thomas».
    Mi sporsi verso la luce per vedere meglio. Erano guanti di pelle nera. Probabilmente quelli usati da Thomas per non lasciare tracce.
    «Come fa ad averli?» dissi voltandomi. L’uomo era sparito.

    L’indomani andai dritta nell’ufficio del capo. Non bussai alla porta, né mi fermai dinanzi alla sua faccia irritata per l’intrusione. Gettai la busta sulla sua scrivania.
    «Ecco la prova che voleva».

    Le analisi rilevarono le impronte di Thomas e il sangue del padre. Il capo ordinò l’immediato arresto.

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