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WG 2.4: Crime Scene – Parte Quarta

7 febbraio 2010

L’assassino è stato individuato e le prove schiaccianti a suo carico non lasciano spazio a dubbi sulla sua identità.
Lo portano in centrale, il capo inizia subito l’interrogatorio. Dopo mezz’ora il tuo superiore esce dalla stanza sconsolato, viene nel tuo ufficio e ti dice che il colpevole accetta di parlare solo con te.
Tu cadi dalle nuvole ma vai immediatamente da lui, che inizia a raccontare tutto. Una confessione totale.
Ma inizia a parlarti anche di particolari e fatti che riguardano te e la tua vita, circostanze che ti possono mettere in grossa difficoltà.
Lui vuole trattare.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte Quarta del racconto): 300 parole.
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il giorno 11/02/10.

Buona scrittura!

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  1. 11 febbraio 2010 alle 21:45

    Il capo esce dalla stanza esasperato. Si passa una mano tra i capelli neri e vedo qualche goccia di sudore.
    «Anna. Vuole parlare con te» annuncia, dopo aver chiuso la porta. Rimango allibita dalla sua frase. Lo avevamo trovato nella sua abitazione mentre sorseggiava della cioccolata calda.
    Entro nella stanza. Il mio sguardo incontra il suo. Un’ondata di freddo mi assale. No, devo rimanere lucida.
    «Toh, chi si vede! Anna. Ti ringrazio per essere venuta, però, non so… Che ne dici di un’atmosfera un po’ più intima?» dice indicando il pannello, apparentemente riflettente, che però cela i miei colleghi.
    Decido di assecondarlo. Mi avvicino alla parete, chiudo le tende e spengo il microfono. Il capo si starà già precipitando per impedirmi di isolare la stanza, ma chiudo lo stesso a chiave la porta.
    «Oh… Così va meglio, non credi?».
    Non rispondo.
    «Hai ucciso tu Marika Eleri, nella camera oscura?» domando battendo le mani sul tavolo.
    «Sì, sono stato io». Rimango di sasso. «Come mi piaceva quella ragazza… La vedevo sempre mentre scattava le sue foto. Un giorno l’avvicinai, le parlai, ma lei scappò via».
    «Così decisi che doveva soffrire come avevo sofferto io. Vuoi sapere come ho fatto, vero? Innanzi tutto l’ho spiata e ho scoperto che quando entrava nella camera oscura si chiudeva a chiave. Poi ho rubato tutte le sue foto. Sono un bravo scassinatore, sai? Allora le ho legate tutte ad un filo, mi sono infilato nel condotto dell’aria e quando si è fatto troppo piccolo ho preso la fila di foto e le ho tese come per fare un braccio meccanico. Il veleno ha fatto il resto. Cherelli l’ho ucciso perché mi aveva venduto il veleno ed era troppo scomodo. Ma ora parliamo di te… Alla fine si è scoperto chi ha ucciso tuo fratello? O forse devo illuminare tutti io?»
    Qualcosa dentro me s’incrina. Seguono le lacrime.

  2. 11 febbraio 2010 alle 22:41

    Il capo irruppe nel mio ufficio:
    «Challen parlerà solo con te…»

    Entrai nella stanza. Eravamo solo io e Challen.
    «Verrò al dunque» esordì. «Sono io l’assassino».
    Raccontò come sin da bambino il padre non lo considerasse all’altezza di nulla. Prima col pianoforte, poi col giornalismo. Per anni tentò di soddisfare le sue aspettative.
    «Decisi di dirgli quel che pensavo, sperando di ottenere un posto nel giornale. Ma mi cacciò dall’ufficio umiliandomi ancora… Non riuscivo più a tollerarlo! Lo odiavo con tutto me stesso.
    Guidato dalla rabbia, scrissi l’articolo. Il suo giornale gli avrebbe annunciato la morte, e almeno un mio pezzo sarebbe stato pubblicato.
    Ricordo ancora la sua faccia. Non sa che soddisfazione essermene liberato. Riesce a capire?».
    «No. Ma quel che non capisco davvero è perché racconta a me queste cose?»
    «Perché lei può aiutarmi».
    «Ancora non capisco».
    «Dal momento in cui l’ho vista, ho capito che non era come gli altri… È sveglia, intelligente. Sapevo di non poterla ingannare a lungo… Se c’è una cosa che ho appreso dal giornalismo è che tutti hanno degli scheletri nell’armadio, persino lei…»
    Il mio corpo cominciò a sudare.
    «Dicembre 1981. Aveva solo tredici anni quando sua madre morì. Victor otto. Un trauma difficile da superare. Vostro padre era con voi… Almeno fin quando non sparì nel nulla».
    Una lacrima scivolò sul mio viso.
    «Lei riuscì ad andare avanti. Studiò ed ottenne un posto nella squadra. Suo fratello, invece, si chiuse in sé stesso. Conobbe la droga, commise piccoli furti… Poi una sera un imprevisto. Victor fu accusato di omicidio, ma le prove sparirono. Ora è in un centro di recupero. Sembra star meglio. Ma cosa accadrebbe se le prove di un tempo venissero fuori? Cadrebbe nuovamente in depressione, lei perderebbe il lavoro e finireste in carcere… »
    «Basta!» urlai. «Cosa vuoi?»
    «Fa sparire le prove come per tuo fratello e non accadrà nulla».

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