Home > Crime Scene, WriteGame > WG2: Crime Scene di Francesca

WG2: Crime Scene di Francesca

PROLOGO – IL GIORNALE DEL GIORNO DOPO
Salii le scale che conducevano a una vecchia mansarda. Il legno scricchiolava sotto il peso del mio corpo.
Quelli della scientifica erano già sul posto per le prime rilevazioni.
La luce spettrale della luna piena filtrava dal vetro rotto di una finestra. Ovunque ragnatele lunghe come lenzuola pendevano dal soffitto. Cadevano sul pavimento toccando i piedi di quello che doveva essere il cadavere.
Il mio sguardo lo percorse. Un pezzo di vetro era conficcato nel petto all’altezza del cuore. Il sangue inzuppava la camicia bianca e disegnava una pozza sotto il corpo esanime.
Mi avvicinai, attenta a dove mettere i piedi. Gli occhi dell’uomo erano aperti, l’espressione di terrore ancora sul volto.
Sentii il mio capo parlare con dei poliziotti. Stavo per andare da lui, quando i miei occhi si posarono su un giornale. L’angolo di una pagina era piegato mostrando solo una parte del titolo: “…SSINATO A SALISBURGO”. Mi chinai per vedere meglio e iniziai a leggere l’articolo.
Il mio cuore cominciò a battere all’impazzata quando appresi che quella era l’esatta descrizione dell’omicidio di quella notte. Preoccupata e con mani tremanti cercai la prima pagina del giornale. La data era quella del giorno dopo.

PARTE PRIMA – INDAGINI
La vittima era Patrick Challen, direttore del giornale stesso. Ancora sconvolta mostrai l’articolo anonimo al capo, che poco dopo mi disse:
«I giornali vengono mandati in stampa alle 23 circa. L’omicidio, invece, pare sia avvenuto attorno alle 23.30. Questo significa che l’assassino ha inserito l’articolo nel giornale, rubato una copia e solo successivamente ucciso Challen».

La sera stessa interrogammo il Caporedattore del giornale.
«Si, sono io che mi occupo dell’impaginazione, ma sono sicuro che questo articolo non ci fosse. Non so come sia stato possibile. Il computer e i file sono protetti da password di cui solo io e il direttore eravamo a conoscenza».

Tornammo sul luogo del delitto. I fili della corrente erano stati tagliati. La vittima era probabilmente salita in mansarda per procurarsi una torcia. I segni di strangolamento sul collo facevano presumere una colluttazione precedente all’omicidio. Infine, in giardino venne rinvenuta una statuetta con le impronte di Challen. Doveva averla scagliata contro l’assassino per difendersi.
Interrogammo anche il figlio della vittima, Thomas Challen.
«All’interno del giornale suo padre aveva nemici?».
«Non che io sappia. Ma qualche giorno fa ha avuto una discussione accesa con una certa Margaret Sutner, a seguito della quale è stata licenziata».
«Come fa a saperlo? Lavora per il giornale?».
«No, non ancora. Ma mio padre me ne aveva parlato».

Giorni dopo ero nel mio ufficio a studiare il caso. La Sutner sembrava non avere alibi. Eppure dall’interrogatorio non sembrava serbasse rancore per il licenziamento.
Bussarono alla porta interrompendo il filo dei miei ragionamenti. Erano i risultati dell’autopsia. In una parte del documento c’era scritto: “…i segni sul collo della vittima sono stati procurati da mani sottili, con ogni probabilità quelle di una donna…”.
Ciò confermava che l’assassino era Margaret Sutner. Tutte le prove erano contro di lei. Non avevo altra scelta: dovevo arrestarla.

PARTE SECONDA – IL PIANISTA
Margaret Sutner venne arrestata. Il capo mi chiese una relazione da presentare al processo che si sarebbe svolto l’indomani stesso.
Ma come potevo scrivere qualcosa di cui non ero convinta neanche io?
Le prove conducevano a Margaret, ma il mio istinto mi diceva che non era l’assassino. Per anni avevo studiato psicologia omicida e lei non sembrava tenere nessuno dei tipici atteggiamenti post-assassinio.

Lavoravo alla relazione quando ricevetti la visita di Thomas Challen.
«Volevo ringraziarla per aver arrestato l’assassino di mio padre»
«È il mio lavoro» risposi, anche se non ne ero soddisfatta.
Qualcosa attirò la sua attenzione: un cd tra le scartoffie.
«Ascolta musica classica?»
«Si… Aiuta a rilassarmi, ragionare»
«Da piccolo suonavo il piano. Dicevano fossi dotato. Poi scelsi il giornalismo…»
«A proposito… Il giornale di suo padre?»
«Lo dirigo io. Sarebbe un peccato gettare all’aria i suoi sacrifici»
Poi ci salutammo e tornai alla mia relazione.

Era tarda sera. Non avevo ancora scritto nulla di convincente. Stracciai l’ennesimo foglio, stanca e frustrata.
Vidi il cd di musica e decisi di concedermi un momento di relax.
Le note fecero immediatamente il loro effetto.

Un pianista comparì alla mia vista… Suonava mentre, veloci, le sue mani sottili…

Lentamente una consapevolezza si fece largo nella mia mente.

“…procurati da mani sottili…”

“Da piccolo suonavo il piano…”
“Dicevano fossi dotato…”

“…Lavora per il giornale?”
“No, non ancora…”

“…Il giornale di suo padre?”
“Lo dirigo io…”

Thomas Challen: capace di scrivere un articolo; conosceva gli uffici, la casa del padre e dove nascondesse la password; poteva passare inosservato ai dipendenti ed era interessato alla direzione del giornale…
Ma cosa più importante, dotato di mani sottili. Le stesse che avevano tentato di strangolare il padre.
Era lui il vero assassino.

Finalmente avevo gli elementi per scrivere la migliore analisi di tutti i tempi.

PARTE TERZA – LA PROVA CHE CERCAVO
Il capo incominciò a urlare:
«Sei impazzita? Accuse senza prove concrete! Contrarie al nostro arresto! Vuoi ridicolizzarci?». Ero ammutolita. «Non avrei mai dovuto affidarti il caso!»
Riuscii solo a dire:
«È quel che credo…»
«Allora dimostralo! Coi fatti!».

Il processo si tenne ugualmente e le accuse restarono contro la Sutner.
Tornai a casa avvilita. Non solo credevo che giustizia non fosse fatta, ma le parole del capo mi avevano profondamente abbattuta. Buttai la posta dove capitava. Decisi di immergermi nella vasca per un bagno caldo, sperando mi facesse sentire meglio.
Le parole del capo scottavano ancora. Infilai la testa sott’acqua. Pensai a Thomas Challen e alle sue mani. Guardai le mie. Erano raggrinzite per essere state troppo a mollo. Era ora di uscire.

Mentre preparavo un caffè, vidi la posta che prima avevo ignorato. Diedi un’occhiata.
Gas, pubblicità… Poi una lettera. Nessun mittente. Dentro c’era scritto:
“Vediamoci stasera alle 22:30 in Dietrich Street”.

Erano le 22:32 quando arrivai sul luogo dell’appuntamento. Scesi dalla macchina. Non c’era nessuno.
«È in ritardo»
Sobbalzai udendo la voce di un uomo alle mie spalle. Indossava un cappello, il volto celato dall’ombra.
«Chi è lei?»
«Non ha importanza. Quello che sono sicuro le interesserà sono questi».
Estrasse da sotto la giacca una busta trasparente.
«Cos’è?» chiesi afferrandola.
«Li faccia analizzare. È la prova per incastrare Thomas».
Mi sporsi verso la luce per vedere meglio. Erano guanti di pelle nera. Probabilmente quelli usati da Thomas per non lasciare tracce.
«Come fa ad averli?» dissi voltandomi. L’uomo era sparito.

L’indomani andai dritta nell’ufficio del capo. Non bussai alla porta, né mi fermai dinanzi alla sua faccia irritata per l’intrusione. Gettai la busta sulla sua scrivania.
«Ecco la prova che voleva».

Le analisi rilevarono le impronte di Thomas e il sangue del padre. Il capo ordinò l’immediato arresto.

PARTE QUARTA – FERITE DEL PASSATO E DEL PRESENTE
Il capo irruppe nel mio ufficio:
«Challen parlerà solo con te…»

Entrai nella stanza. Eravamo solo io e Challen.
«Verrò al dunque» esordì. «Sono io l’assassino».
Raccontò come sin da bambino il padre non lo considerasse all’altezza di nulla. Prima col pianoforte, poi col giornalismo. Per anni tentò di soddisfare le sue aspettative.
«Decisi di dirgli quel che pensavo, sperando di ottenere un posto nel giornale. Ma mi cacciò dall’ufficio umiliandomi ancora… Non riuscivo più a tollerarlo! Lo odiavo con tutto me stesso.
Guidato dalla rabbia, scrissi l’articolo. Il suo giornale gli avrebbe annunciato la morte, e almeno un mio pezzo sarebbe stato pubblicato.
Ricordo ancora la sua faccia. Non sa che soddisfazione essermene liberato. Riesce a capire?».
«No. Ma quel che non capisco davvero è perché racconta a me queste cose?»
«Perché lei può aiutarmi».
«Ancora non capisco».
«Dal momento in cui l’ho vista, ho capito che non era come gli altri… È sveglia, intelligente. Sapevo di non poterla ingannare a lungo… Se c’è una cosa che ho appreso dal giornalismo è che tutti hanno degli scheletri nell’armadio, persino lei…»
Il mio corpo cominciò a sudare.
«Dicembre 1981. Aveva solo tredici anni quando sua madre morì. Victor otto. Un trauma difficile da superare. Vostro padre era con voi… Almeno fin quando non sparì nel nulla».
Una lacrima scivolò sul mio viso.
«Lei riuscì ad andare avanti. Studiò ed ottenne un posto nella squadra. Suo fratello, invece, si chiuse in sé stesso. Conobbe la droga, commise piccoli furti… Poi una sera un imprevisto. Victor fu accusato di omicidio, ma le prove sparirono. Ora è in un centro di recupero. Sembra star meglio. Ma cosa accadrebbe se le prove di un tempo venissero fuori? Cadrebbe nuovamente in depressione, lei perderebbe il lavoro e finireste in carcere… »
«Basta!» urlai. «Cosa vuoi?»
«Fa sparire le prove come per tuo fratello e non accadrà nulla».

EPILOGO – IDENTITÀ E VERITÀ SVELATE
Uscii dalla stanza. Challen rideva alle mie spalle.
Era vero. Avevo occultato le prove.
Ritrovarono mio fratello chinato sulla vittima, le mani sporche di sangue, un ragazzo per testimone.
Victor non aveva più parlato dalla morte di mia madre, ma quella notte mi disse:
«Non sono un assassino»
Non potei non credergli. Pagai profumatamente il ragazzo, che ritirò le accuse e sparì per sempre.

Quel giorno mi arrivò un messaggio:
“Stesso luogo e ora”.

Non appena arrivai, l’uomo mi disse:
«Challen ha convinto il testimone a tornare sui suoi passi, e ha la registrazione in cui afferma di aver visto tuo fratello uccidere quella notte. Quando la farà ascoltare, tu metti questa» e mi lanciò una cassetta audio. «Lì, lo stesso uomo dichiara di esser stato pagato da Challen ed esser lui il vero assassino. Sono bastate due chiacchiere e qualche bicchiere di buon rum»
Stava per andarsene, ma con un gesto rapido gli levai il cappello.
«Papà?»

Mio padre era tornato da pochi mesi. Voleva sapere di noi, della nostra vita.
Era un ex investigatore privato. Questo vi spiegherà molte cose.
Non sto a raccontarvi i particolari. Potete immaginare da soli come siano andate le cose. Gli assassini furono assegnati alla giustizia, mio padre decise di rimanere e io ricevetti una promozione al mio primo caso.

Annunci
  1. Non c'è ancora nessun commento.
  1. No trackbacks yet.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: