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WG 4.1 Doppio gioco – Parte Prima

18 maggio 2010

Il tuo nome è Alex (24 anni, sesso non specificato), hai appena conseguito la laurea in Giurisprudenza e stai frequentando un corso di perfezionamento sulla perizia psicologica. Devi partire per uno stage a New York su “Tecniche e strumenti psicodiagnostici”. Ti servono ancora un po’ di cose da comprare prima di prendere quel volo, ma incontri Andrea, che ti spiega perché non puoi lasciare la città e in che modo devi aiutarlo. Ora siete in due.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte Prima del racconto): 300 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 24/05/2010
L’intero racconto deve essere scritto (narrato) in prima persona

Buona scrittura.

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  1. Francesca
    22 maggio 2010 alle 09:09

    Mi arrampicavo per la stretta via fra i palazzi antichi che emanavano puzza di muffa e piscio di gatto, Urbino all’alba di una giornata di pioggia era triste.
    Il corso di perfezionamento sulla perizia psicologica era alle ultime battute, ma non mi aveva soddisfatto, molti dubbi si aggiravano ancora annodati ai miei perché costanti.
    Il prof. Debenedictis mi aveva parlato di uno stage a New York sulle tecniche e strumenti psicodiagnostici che avrebbe appagato molte mie curiosità e la voglia di partire era divenuta incontenibile.
    C’era stato un flirt, fra il professore e me, per un attimo durante il secondo anno nei nostri corpi era scorsa adrenalina pura ed ogni minimo contatto causava un’esplosione di desiderio, mi aveva aiutata anche per questo.
    Lui a New York aveva vissuto per anni e li aveva lasciato ogni errore di gioventù., il parlarne gli causava ancora acidità di stomaco.
    Avevo ventiquattro anni, una fresca laurea in giurisprudenza, vergine di esperienza ma ghiotta di novità e voglia di imparare, ma la lista delle ultime cose da comperare prima della partenza mi distoglieva dal sogno americano che desideravo vivere.
    Arrivata alla piazza alcuni turisti giapponesi armeggiavano con le loro macchine fotografiche di ultima generazione mentre i piccioni svolazzavano fra loro, Andrea era li, trafelato e cianotico e a parecchi metri da me gesticolando mi urlava parole per me incomprensibili.
    Più mi avvicinavo e mono capivo eppure udivo le sue parole:
    – E’ morto, è morto, corri.
    – Aveva un biglietto fra le dita, la padrona di casa dice che prima di esalare l’ultimo respiro ha detto Alex, il tuo nome.
    – Ma di chi parli, cosa stai dicendo?
    – Il Prof. Debenedicts, è morto corri, dicono che sia stato ucciso questa notte e stanno incolpando te.
    – Ma, stai scherzando io ero a casa tua..

  2. Efrem
    24 maggio 2010 alle 22:45

    E io che credevo di essere uscito giusto per il tempo di comprare uno spazzolino ed un dentifricio da viaggio. Sarei dovuto partire per quel corso a New York, quell’agognato e costosissimo corso, per il quale erano ormai otto mesi buoni che mi facevo insultare da sudici avventori di uno squallido bar nel quale mi ero guadagnato quanto mi occorreva. Sei mesi nella Grande Mela ed avrei avuto tutte le carte in regola per intraprendere quella carriera alla quale tenevo tanto, l’ultimo gradino di un percorso per il quale avevo sacrificato una buona fetta della mia vita privata.
    Ma qualcosa stava andando storto.
    Mentre pensieri troppo veloci continuavano e rincorrersi nella mia mente ed il mio culo non riusciva a schiodarsi dalla panchina, una voce amica mi scosse dal quella specie di torpore, quasi estatico.
    “Prima o poi doveva accadere, hai ricevuto anche tu il messaggio, vero?”
    Il volto di Andrea era tirato e pallido ma molto più lucido e presente di quello che dovevo avere io.
    “Sì…sì…anche tu?…Ma che significa?…Davide…” Poche parole, interrotte da singhiozzi e qualche lacrima. La vista di Andrea mi aveva sciolto, ora sentivo i muscoli meno rigidi.
    “Alex, dobbiamo rimanere uniti. Dobbiamo sforzarci di restare calmi. Fallo per me, io lo faccio per te. Ma soprattutto dobbiamo farlo per Davide”.
    Faccio un cenno con la testa, riesco solo ad immaginare quello che ci aspetta.
    “Ok, allora non ci resta che attendere nuove indicazioni”, dico ad Andrea, fissandolo dritto negli occhi.
    Lui annuisce. E si accende una sigaretta.

  3. Cesare
    24 maggio 2010 alle 22:49

    I passanti mi avevano già preso per pazzo. Un uomo che, in piena estate, di domenica, corre come un matto per le vie di Roma non può essere definito altrimenti.
    Dopo novantaquattro secondi arrivai a Piazza del Popolo e la mia fronte era madida di sudore. Mi fermai al centro della piazza. Avevo il fiatone; misi le mani ai fianchi.
    Nulla. Nada. Nichts.
    Non c’era niente. Mi guardai intorno mentre cercavo di riprendermi dalla corsa. Gli occhi delle persone mi si piantavano addosso. Poi un riflesso mi abbagliò. Proveniva da un appartamento che si affacciava sulla piazza. Lo conoscevo già. Andai verso l’entrata e premetti il pulsante del citofono privo di etichetta. Il portone venne aperto. Salii fino al terzo piano e mi trovai davanti ad una tipica porta di appartamento. Aprii la tracolla e presi un cacciavite. Smontai il campanello e scoprii un piccolo tastierino. Digitai il codice.
    La porta emise diversi rumori sommessi. Rimontai il campanello e posai il cacciavite. Spinsi la porta, ben più pesante di quel che sembrasse. Mi asciugai la fronte con il dorso della mano mentre facevo capolino in un piccolo appartamento.
    Mi diressi verso il salotto e vidi Andrea seduto al tavolo. Prese la sua tazzina di caffè fumante e la portò alla bocca; intanto me ne porgeva una uguale.
    «Lo sai che dovevo prepararmi per lo stage a New York, dovevo ancora finire di comprare della roba!»
    Ero furibondo. Andrea credeva di poter giocare con la mia vita.
    «Dovrai rimandarlo a quanto pare» pronunciò e bevve un altro sorso.
    «Ma che cosa blateri? Non sai che…»
    «Ti vogliono uccidere»
    Rimasi interdetto. Andrea finì il suo caffè e prese uno zaino che aveva sotto il tavolo.
    «Abbiamo tre ore. Non possiamo uscire dalla città. E finisci il caffè che si raffredda»

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