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WG 4.3 Doppio gioco – Parte Terza

10 giugno 2010

Ecco la traccia da seguire per questa parte del racconto.

Ti hanno in pugno e non puoi fuggire via, hai solo una scelta: collaborare.
E tu collabori, o almeno fingi di farlo.
Grazie al codice fornito ad inizio racconto riesci a riappropriarti della tua libertà, della tua vita.

Lunghezza massima indicativa commento (Parte Terza del racconto): 300 parole
Termine massimo invio commento: entro e non oltre il 16/06/2010
L’intero racconto deve essere scritto (narrato) in prima persona

Buona scrittura Francesca e Cesare, chi di voi metterà la propria firma al racconto Doppio gioco?

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  1. Francesca
    11 giugno 2010 alle 16:44

    Scivolava il bagnoschiuma sulla mia pelle tesa, la schiuma densa e profumata al sandalo ricopriva i miei seni, le dita piroettavano nervose così come ogni parte di me lo era.
    Nervosa.
    Avevo poco tempo ma quell’acqua calda smorzava ogni mio istinto, ogni mia rabbia per quella situazioni in cui mi avevano coinvolta mio malgrado, ripensavo alle mani di Andrea la notte dell’omicidio e tutto mi fu chiaro.
    Il finestrino della macchina nera parcheggiata sotto casa scese ed un fitto fumo di sigaro ne uscì in piroette di buchi grigi portati via dal vento freddo di quella notte stellata.
    Era il segnale dovevo scendere.
    Andrea era al posto di guida con lo stesso ghigno con cui mi aveva goduta, lo avevo immaginato di piacere, non lo era affatto.
    – Sali.
    Lo feci mentre i tasselli si univano come chiodi in una ciotola di calamite.
    Era seduto davanti a me rigirava i pollici come faceva suo padre quando si sentiva nervoso, ora i suoi tratti erano visibili ai miei occhi che lo riconoscevano come suo figlio.
    – Mi ha parlato di te una sola volta, versandosi un bicchiere di rum Varadero, lasciando tintinnare il ghiaccio davanti al camino acceso, mi parlò degli esperimenti.
    Non aggiunsi altro, lui aveva capito.
    – Dimmi quel che voglio sapere e te ne potrai andare.
    – Avete lo stesso modo di amare frettoloso e prepotente.
    Gli dissi sfidandolo con lo sguardo.
    – Hai deciso di morire.
    Disse sviando il suo.
    A4 è il foglio su cui sono scritti gli appunti che vuoi, era ovvio.
    Fayez Fok ha realizzato la formula, YTZ6 l’arma biologica studiata da tuo padre e che hai cercato di rubarli, l’ho decifrata da tempo, tuo padre me l’aveva già consegnata, l’antidoto è sintetizzato, lavoro per la CIA, girati sono dietro di noi, sei fottuto.

  2. Cesare
    16 giugno 2010 alle 22:41

    Feci prendere ad Andrea il primo volo per Los Angeles. Non volevo un altro morto sulla coscienza. La notte seguente fu tremenda. Il volto esangue di Roberta invadeva i miei sogni. Altri due visi di bambini mi fissavano con i loro sguardi vuoti. Le parole di mio padre mi ricordavano ininterrottamente le empietà che avevo compiuto. Avevo cinque anni, quando era successo. Ricordavo che giocavamo. Dopo mi arrabbiai e poi… nulla. Vidi gli altri due bambini che giocavano con me, semplicemente, cadere a terra. Morti. Sapevo di essere il colpevole. Le lenzuola erano fradice. La mia anima in frantumi.
    All’orario pattuito mi recai a Fontana di Trevi. Il luogo era gremito di persone. All’improvviso qualcuno mi prese per il braccio. Mi fecero salire su una macchina poco lontana. Quindi il colpo arrivò, freddo, alla nuca.
    Mi risvegliai su un lettino, il metallo al contatto con la pelle mi provocava brividi di freddo. Le pareti metalliche intorno a me mi avvisavano che la fuga sarebbe stata inutile.
    «Ben svegliato» mi fu detto. Un uomo in camice bianco controllava gli elettrodi collegati tutto intorno alla mia testa. Alzai lo sguardo per vederlo in volto e il mio cuore ebbe un sussulto. Andrea mi guardava con un sorriso compiaciuto. Non era partito.
    «Uccidilo» pronunciò, indicando un topo bianco in una gabbia trasparente.
    Mi concentrai, fino a tremare dallo sforzo. Vidi il topino agitarsi, per poi accasciarsi. Ce l’avevo fatta. Ora l’obiettivo cambiava.
    La testa mi scoppiava per lo sforzo, ma finalmente vidi Andrea piegato in due. Non era morto, ma bastava. Strappai via gli elettrodi e aprii con foga la pesante porta metallica che, dalla parte opposta, si presentava come una normale porta lignea. Mi ritrovai nella casa di Andrea, corsi verso l’uscio e digitai il codice. Un “clack” mi preannunciò la libertà.

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